In Liguria una consuetudine assai antica fu quella riguardante
la raccolta di neve nelle località montane, soggette ad intense
precipitazioni, ed il suo mantenimento in particolari depositi protetta
da materiale isolante, che poteva poi essere venduta, soprattutto durante
i mesi più caldi, nei centri del litorale.
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Al tramonto del secolo scorso, infatti, prima dell'avvento
dell'industria per la fabbricazione del ghiaccio artificiale,
operazioni quali la preparazione del gelato, la conservazione
di cibi deteriorabili alle calde temperature dell'Estate e l'uso
della terapia del freddo contro determinate patologie, erano
possibili solamente tramite l'utilizzo di refrigerante naturale.
Sui pendii di M. Penello, a poche centinaia di metri
dalla vetta, esistono ancora i resti di quattro grandi fosse
dette neviere, a forma di tronco di cono rovesciato con
il muro perimetrale in pietra grezza, profonde da tre a cinque
metri e con il diametro superiore fra i sei e gli otto metri.
Assieme a numerose altre sparse sui monti genovesi e situate
in prossimità di antiche vie commerciali (a M. Diamante, Praglia,
Prato Leone, Passo della Bocchetta, ecc. ) vennero per lungo
tempo adibite a deposito della neve destinata al consumo cittadino.
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Sappiamo da fonti storiche che, tra la fine del XVI e l'inizio del XVll
sec., l'uso del refrigerante naturale per raffreddare le bevande sulla
tavola delle più agiate famiglie genovesi aveva raggiunto aspetti quasi
maniacali, tali da suscitare nei medici del tempo vive preoccupazioni
in merito allo stato di salute dei propri pazienti.
ll commercio della neve, oltre a soddisfare le richieste di nobiltà ed
alta borghesia, doveva appagare pure quelle provenienti da gelatai, venditori
di bibite fresche, ospedali, conventi, ecc., divenendo ben presto talmente
lucroso da giustificare, nel 1625, l'applicazione di un'imposta
sulla sua importazione in città.
Nel 1640 lo stato genovese giunse addirittura ad appaltare un'apposita
gabella che ne assegnava, dietro pagamento di una quota annua, l'esclusività
nella compravendita ad un unico impresario. Detto imprenditore doveva
impegnarsi primariamente affinché Genova non restasse mai priva della
sua merce nei cinque anni in cui durava la concessione contrattuale.
Con una grida, nel 1686, se ne vietò la vendita di frodo in città
e nei sobborghi.
Dalle documentazioni d'archivio possiamo trarre informazioni che ci permettono
di ricostruire, almeno parziaImente, Io svolgimento di un'attività che
coinvolse numerosi abitanti delle nostre campagne.
Dopo un'abbondante nevicata decine di braccianti, arruolati per l'occasione
dall'Appaltatore della "Gabella" tra i contadini della
zona, provvedevano al riempimento delle neviere. La neve, dopo l'immissione
nelle fosse, veniva battuta con appositi mazzuoli strato su strato, ben
stipata e quindi ricoperta con fogliame secco e da una tettoia conica
mobile di paglia.
Tra questa e la foglia si creava un'intercapedine termoisolante che permetteva
la conservazione fino all'Estate di un quantitativo di merce pari al 75%
di quello immesso.
Un canale di scolo sul fondo della neviera consentiva all'acqua di fusione
di defluire all'esterno impedendone il ristagno che avrebbe accelerato
la liquefazione del prodottto.
All'arrivo della stagione calda, quando la neve si era ormai solidificata
per la lunga giacenza nei pozzi, gli stessi braccianti, durante il giorno,
provvedevano a tagliarla in blocchi prismatici che, avvolti in sacchi
di tela, soltanto col fresco della notte venivano trasportati a dorso
di mulo in Vico della Neve presso Piazza Soziglia nel
magazzino dell'Impresario in carica.
Costui riforniva le quindici botteghe che, sei in città e nove nei sobborghi,
di cui una a Sestri P., rivendevano a prezzo calmierato. Impegnato con
una merce davvero insolita e "sfuggente" in un'attività piena
d'incertezze, egli non sempre riusciva a trarre un buon utile dalla gestione
della "Gabella".
Sappiamo infatti che in certe annate lAppaltatore dovette affrontare
estreme difficoltà dovute alle avverse condizioni climatiche e meteorologiche.
Piogge intense accompagnate da forti raffiche di vento causavano spesso
lo scoperchiamento di qualche neviera e la perdita della merce depositata.
Estati troppo fresche, inverni con abbondanti nevicate in città (coni
conseguenti accumuli di neve negli scantinati da parte di privati), o
peggio, inverni privi di neve che, per ottemperare agli obblighi contrattuali,
costringevano ad onerose importazioni da luoghi lontani come Toscana,
Piemonte e Savoia, rappresentarono altrettanti motivi di mancato guadagno
e talora di fallimento.
Nel 1870, quando il ghiaccio naturale prodotto e raccolto durante i gelidi
inverni dallalta Val Lemme andava ormai sempre più imponendosi per
la sua maggiore efficacia di refrigerante, la "Gabella della Neve"
venne soppressa: erano trascorsi 230 anni dalla sua istituzione.
In due documenti settecenteschi troviamo menzinate una "... neviera
sopra a Pegli in luogo detto la Scaglia... " ed una "...
neviera nominata il Penello ne' Giovi sopra l'Acquasanta..."
che dettero il loro contributo per gli approvvigionamenti dell'Impresario.
Le quattro fosse di M. Penello continuarono però, secondo notizie verbali,
ad essere usate a lungo anche dopo il 1870 per rifornire la grande neviera
in muratura di Villa Pallavicini a Pegli con neve destinata
al consumo familiare dei proprietari. Il trasporto a valle sarebbe avvenuto
tramite una staffetta di facchini recanti in ispalla una coffa rivestita
internamente di lamiera di zinco.
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