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Nel vallone del Rio Martino esistono alcune rocce istoriate, oggetto di studio da quasi un secolo, che continuano a presentare difficoltà di datazione ed interpretazione dei segni.

La più famosa fra tutte, nota come "Pietra dell'Acquasanta", é una rupe serpentinosa di tre metri di lunghezza e larga circa la metà, affiorante dal terreno, ad una quota di circa 510 metri slm, nella scarpata sottostante il sentiero che, presso Cascina Giutte, si stacca dalla carrozzabile Acquasanta-Passo del Turchino e sale verso le diroccate Case Veleno: la zona è raggiungibile in poco più di un quarto d'ora di cammino.

La superficie superiore, l'unica parte istoriata del masso, reca alcune centinaia di piccole cavità scodelliformi con un diametro appena inferiore ai due centimetri e profonde circa un centimetro e mezzo, varie figure geometriche regolari ed irregolari, diversi intagli a "polissoir" intersecanti, ecc.

Il fenomeno dell'arte rupestre interessa tante valli alpine ed appenniniche raggiungendo, come noto, la massima espressione nei celebri siti di M. Bego e Val Camonica e ricopre cronologicamente un periodo lunghissimo, dal Neolitico all'Eta Contemporanea, durante il quale migliaia e migliaia di segni vennero lasciati a rappresentare uomini, animali, armi, arnesi da lavoro, abitazioni, figure di carattere religioso e simbolico, assieme a tanti altri di significato spesso ancora oscuro. Le differenze nella tecnica di esecuzione, negli stili artistici e nella tipologia dei graffiti, indicano sovente l'evoluzione dell'economia della società umana che ce li ha tramandati e delle credenze religiose che l'hanno accompagnata.

Graffiti tracciati talora nel l'ambito di culti di tipo idolatrico e feticistico, in ambienti ritenuti sacri, su rocce considerate fornite di magici poteri, forse, dagli stessi sacerdoti del tempo in occasione di riti propiziatori per la caccia e per le attività agro-silvo-pastorali.

Alcune delle incisioni del Rio Martino, come le coppelle, i circoli e le croci, sono di tipologie antichissime ma furono riprodotte un po' ovunque nelle valli alpestri, tal quali per millenni fin quasi ai giorni nostri: ciò pregiudica terribilmente ogni possibilità di assegnare loro una datazione appena attendibile, aImeno con gli odierni mezzi d'indagine.

Arturo Issel che per primo studiò e descrisse la "Pietrà dell'Acquasanta", notò l’analogia di alcuni segni con altri che ricorrono frequentemente sui monumenti megalitici (dolmen, menhir, cromlech) e li attribuì, testuali parole, "… ai tempi protostorici o ai primordi dell'Età dei Metalli".

Incise da uno jeratico sacerdote del II millennio a.C. o da un pastorello di questi ultimi secoli, le pietre dell'Acquasanta continuano ad emanare comunque un fascino ed una suggestione che ripagano senza dubbio la fatica di una scarpinata per raggiungerle ed ammirarle.

a cura di R&P INFORMATICA GRAPHIC - copyright © 2001