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Museo della Carta
Via Acquasanta n. 251
Per le visite rivolgersi al Comune di Mele
tel. 010 638103 - 010 6319042 - 010 6319043

Si dice che la carta sulla quale venne redatta la Magna Charta Libertatum degli inglesi, con la quale re Giovanni si trovò costretto a concedere la Costituzione al popolo britannico nel 1215, fosse di fabbricazione genovese.

E' certo che il prodotto cartario genovese fosse così pregiato da poter ottenere tra il Cinque e Seicento il monopolio sul mercato europeo. La carta fabbricata nel territorio della Repubblica genovese veniva usata alle corti e nelle cancellerie di Spagna e Inghilterra, perchè considerata la più solida e l'unica a resistere ai tarli, un pregio questo che derivava dal fatto che per la sua produzione venivano usati stracci di lino e di canapa.

La capitale della fabbricazione della carta su tutto il territorio della Repubblica di Genova fu per circa tre secoli Voltri e in particolare la zona di Mele e dell'Acquasanta.

Presso Acquasanta è ospitato il Museo della Carta, una ex cartiera del 1756 denominata Sbaragia.
L'edificio,di proprietà dell'Opera Pia N.S. dell'Acquasanta e sede del Centro di testimonianza ed esposizione dell'arte cartaria, venne restaurato nel 1992 dall'arch. P. Cevini e allestito dall'arch. Ibleto Fieschi. E' stato inaugurato nel giugno 1997.
Al suo interno si trovano i vecchi macchinari e gli attrezzi utilizzati per la produzione della carta fino a pochi anni fa (1985), compresi la gran macina in pietra, che serviva per la riduzione in poltiglia degli stracci ed azionata dalla forza idraulica del torrente, i macchinari necessari alla creazione dei fogli e al loro taglio, alcune antiche filigrane, timbri e pesi necessari un tempo alla misurazione della grammatura.

Le Cartiere a Mele ovvero "L'Arte dei Paperari"
Tratto da Domenico Massa, Cronache di Mele e delle sue cartiere, Nuova Editrice Genovese, Genova 2000
 

Le origini della carta sono ben note: per secoli gli Egiziani si sono serviti del Papiro (una pianta che aveva trovato il suo habitat naturale sulle rive del Nilo) per scrivere su di esso - dopo un particolare trattamento del fusto dal quale traevano una sorta di carta - testi che ancora oggi fanno parte del nostro patrimonio culturale. Anche i Latini ne fecero largo uso.
Si sa pure che la lavorazione vera e propria della carta, dopo la sua diffusione in Cina e in Giappone, giunse in Italia verso il 1200 e come dice Corinna Praga nel volume "La via della carta " "Il primo documenro riguardante la carta, riferito all'Italia, è del 1221: si tratta di una protesta di Federico II contro la carta di cotone a vantaggio dell'antico uso della pergamena".

Questo tipo di lavorazione si diffuse soprattutto sulle rive del Garda, nel Veneto e, per quanto riguarda la Liguria, sul territorio che va da Varazze a Pegli, con un'alta concentrazione a Voltri e a Mele.
Essendo nativo di Mele conosco a menadito i punti esatti dove si trovavano e si trova l'ultima superstite Cartiera, ma sarebbe di scarso interesse per chi legge se io riportassi un elenco di nomi e di località senza una breve storia sulle tradizioni che spinsero i Melesi a dedicarsi a quest'Arte durata per oltre cinque secoli.

La Cartiera "Biscaccia" oggi dei fratelli Casalino.

Per far ciò devo naturalmente attingere da chi ne sa più di me e per questo rivolgo la mia attenzione e la mia gratitudine innanzitutto all'illustre Docente universitario Paolo Cevini, che con il suo "Edifici di Carta Genovesi" (edito dalla Sagep nel 1995), mi ha permesso di venire a conoscenza che "almeno fino a tutto il Cinquecento, la carta che si consumava in Europa era italiana".
Lo stesso Autore, per quanto riguarda le fabbriche della nostra zona si rifà alla visita ordinata dai Censori ed effettuata nel 1588, "quando da parte del governo si inaugura una politica di controllo diretta ad arginare l'ormai intollerabile scadimento della qualità, che approderà di lì a poco all'approvazione dei Capitoli."

Una delle ultime fasi della produzione cartaria:
l'essiccatoio

Da tale censimento risulta che in quell'anno vi erano in questa zona quaranta edifici così ripartiti: sedici in Gorsexio, tredici in Leira e undici in Cerusa.
Già nel 1530-35 lo storico Giustiniani, nei suoi famosi "Annali", parlando di Mele scriveva: "... e accanto ad essa villa (Mele) passa il fiume nominato Leira qual va in mare tra l'un borgo e l'altro (di Voltri), ed è il fiume celebre per l'utilità grande che produce agli uomini del paese, comeché su quelle siano edificati molti molini, molte ferriere, molte fabbriche per il papero e somiglianti edifici"
Ed a proposito delle "fabbriche" di cui sopra non è difficile immaginare il ruolo determinante avuto dai tre torrenti Gorsexio, Ceresolo e Acquasanta nella scelta dei Melesi "per trovare onorato lavoro e pane" nella lavorazione della carta.
Inizialmente si trattava di sfruttare l'acqua in abbondanza per utilizzarla con i mulini ma con il trascorrere del tempo essi furono appunto soppiantati da quest'ultima attività. Il merito di tale trasformazione lo si deve a Damiano Grazioso da Fabriano che trasferitosi qui, attorno al XV secolo, portò l'industria della carta in questa valle.
Come ci ricorda Padre Serafino Pareto "Degli antichi molini di Mele, uno era nell'alta valle del Fado, in località Casain. L'altro era presso l'antica cappella di Gambadino, ove ora è la stazione ferroviaria. Tre erano in località Gorsexio, un altro era alla Scaglia ed altri ve n'erano lungo il torrente Ceresolo ed Acquasanta e si sa che cen'era uno nella Baiarda.
I ruderi di un antichissimo mulino restano e si vedono ancora lassù alle Giutte, in località Pancaldo. Molti di essi furono ridotti in cartiere".
È certo che nei primi decenni del 1400 la zona aveva raggiunto un ragguardevole numero di cartiere, e a dire del Pareto, "nessuna era inoperosa". "Nei secoli XV e XVI i paperai erano talmente oberati di richieste del prodotto, riporta la Praga, che il Senato fu costretto, in difesa del marchio originale, a proibire con legge l'emigrazione di paperai e macchinari fuori dal territorio della Repubblica".

Infine i fogli venivano stesi come fossero
dei panni appena lavati.

Ma il decreto non riguardava solo persone e macchine perché, per mantenere tale operosità i fabbricanti avevano bisogno di stracci, ed ecco che per evitare una forte esportazione di questa materia prima "fuori dallo Stato" si profila una crisi che sfocerà in un decreto che vietava per cinque anni, ai repezzini e straccieri, di smerciare stracci al di fuori dei confini della Repubblica di Genova, "abbisognando detti stracci per la manifattura dello papero". Fu d'allora in poi dice Luigi Augusto Cervetto - che nacque il noto proverbio: Tutti gli stracci vanno a Voltri.

In questa panoramica della Biscaccia si vedono le
Cartiere dei Fratelli Caviglia, Piccardo, nuovamente
Caviglia, ed in basso quella appartenuta a Magnani,
poi Ghigliotti, Tiragallo, oggi Casalino, ancora in funzione.

Lo stesso aggiunge che il decreto fu ripetuto "e guai a chi non l'osservava, c'era di mezzo, prima una grossa multa, poi tratti di corda e quindi la galea".Tale provvedimento fu di buon auspicio affinché l'attività andasse a gonfie vele e ciò spinse i fabbricanti di carta, nei primi anni del '500, a riunirsi in corporazione eleggendo quale loro protettrice Santa Lucia.
Si sa che se un prodotto "tira" attira subito la concorrenza: è una questione di mercato a cui tutti siamo soggetti. Ed anche allora, "il favore con cui la carta fabbricata a Voltri veniva accolta all'estero, dava luogo allo estendersi dell'industria ad altre località della riviera, come a Varazze nel 1549, a Quiliano, a Loano nel 1590".
"Erano tutti voltresi che emigravano dalla vallata del Leira per cercare guadagni in altri luoghi con minor concorrenza. Finché si trattava d'emigrare per altre regioni ligustiche, lo Stato e l'arte non muovevano lamento, ma quando i nostri cartai cercarono di varcare questi confini, allora nacquero le giuste opposizioni".
Va detto che tale fenomeno si diffuse a tal punto da costringere la Repubblica a prendere altri seri provvedimenti onde, evitare che la concorrenza danneggiasse la produzione locale. Come ci riferisce il Cervetto, il brutto esempio era stato dato da Luigi de Franchi Sacco, il quale si era trasferito a Cuneo e là aveva ottenuto dal Duca di Savoia il permesso, non solo di esercitare l'industria ma di giovarsi della stessa marca di fabbrica che avevano i Giustiniani nella loro cartiera di Voltri.

La Cartiera Grillo sulla Strada Statale, unica
superstite delle decine che c'erano nella zona.

Altri seguirono il cattivo esempio e fra questi Benedetto Muratto, Simone Nissardo e Nicolò Manitto che senza porsi scrupoli avevano deciso di trasferirsi in Calabria; tale notizia in breve tempo si diffuse e fu così che il Magistrato addetto inviò un'ordinanza al Capitano di Voltri affinché arrestasse i tre industriali prima che lasciassero per sempre la località. Ciò succedeva nel periodo che va dal 1511 al 1514, ma da altre ordinanze successive come quelle del 1520, 1550 e 1615 si scopre che il fenomeno era diventato consuetudine. E se fino ai primi decenni del Seicento i trasferimenti avvenivano su territorio italiano, nel 1625 il voltrese Giambattista Fravega oltrepassa tale confine per giungere a Segovia, in Spagna, dove impianterà "un edifizio per la lavorazione della carta ad uso genovese".
In questo senso furono vani anche i perentori "Nuovi Ordini e Capitoli per l'Arte dei Paperari comprovati dal Serenissimo Senato il 7 dicembre del 1762",
nei quali all'art. XIX si decretava che: "Non sarà lecito a persona alcuna di che stato, grado, condizione siasi, niuna esclusa, d'introdurre l'Arte o Ministero suddetto in alcun luogo fuori del Dominio della Serenissima Repubblica di Genova, né fuori di detta Giurisdizione andare a lavorare, né perciò condurre o far condurre, né accordare, né fare accordare alcuno, né portare, né far portare, né spedire fuori del Serenissimo Dominio sotto qualsivoglia colore, Forme, Feltri, Teletti, ossia Graticole di filo d'ottone, e qualunque altri instromenti, ed attrezzi atti alla suddetta fabbrica, né d'andare ad esercitare dell'Arte o Ministero fuori del detto Ser. Dominio, ed osservare in tutto e per tutto, come è stato proibito l'anno 1550 ai 23 Dic. dal Ser. Senato, e di nuovo suddetto Ordine rinnovato, e pubblicato l'anno 1625 ai 26 Ottobre in Voltri, ed altri luoghi, sotto pena tanto pecuniaria quanto corporale al Magistrato Ill.mo arbitraria".

La Cartiera dei fratelli Caviglia in una foto scattata
il giorno prima della chiusura definitiva.

Molti furono i nativi di Voltri che contribuirono, loro malgrado, al degrado dell'industria cartaria voltrese, anche se ancora una volta ricordo che spesso gli storici, o per semplificare, o per scarsa conoscenza, continuavano a parlare di Voltri anche quando si trattava, carte alla mano, di Mele.
Ma, nonostante le defezioni, l'industria cartaria continuò a fiorire fino a raggiungere tra il 1675 ed il 1830, ben 100 fabbriche, distribuite nella zona che va da Pegli a Voltri.
Il record fu raggiunto nel periodo post-napoleonico "quando le navi genovesi cominciarono a volgere più frequente le prore verso l'America, per annodare direttamente il commercio colle ricche colonie, avvenne che la carta ebbe uno smercio più grande e lucrativo. Allora interi carichi di carta passavano l'oceano e i fabbricanti di Voltri conobbero la loro ricchezza ed i subiti guadagni".
A tale proposito, una nota del Pareto ci ricorda che delle oltre cento fabbriche nominate dal Cervetto, almeno cinquanta erano sul territorio di Mele. Il Cervetto però aggiunge che una volta raggiunto l'invidiabile numero, l'entusiasmo cominciò a scemare "quando faceva d'uopo aumentasse. Invece di giovarsi di quel favore per migliorare la carta in modo da far fronte alla gara, che non tardò ad accendersi all'estero, i nostri proseguirono nel sistema antico, gli altri procedettero innanzi ed ebbero vittoria". E conclude dicendo: "La vecchia industria da oltre 5 secoli vanto di Voltri languisce. Morrà? Ah! non si dica; è vero sono mutati i tempi, son cambiati gli uomini, le condizioni sono diverse; ma l'intelligenza, l'operosità non manca in Liguria. Valle di Leira abbonda d'elemento che dà la forza motrice, la salutifera acqua rinvigorisca il benefico elemento e mente e braccio, cosiché uniti al capitale facciano risorgere le antiche intraprese, a bene del popolo e vanto del nostro paese...".
Ciò avveniva nel 1898 quando il Cervetto pubblicò queste notizie sul Cittadino di Genova. Mi chiedo che cosa potrebbe dire oggi, visto che una delle ultime storiche cartiere, quella dei Barbarossa, ha chiuso i battenti oltre due anni fa.
Ma tomiamo al commento del Pareto che, dopo aver riportato nel suo libro le note del Cervetto, le commenta quasi con rabbia: "... Chè se l'industria cartaria agonizza, languisce a Voltri perché sopraffatta da altre industrie, così non può dirsi di Mele, dove, come già accennai, sono al presente (1907) ancora 37 le cartiere in attività, e per alcune di esse, ampliate, rimodemate ecc., più non bastano la forza idraulica per muovere i molti ordigni e macchinarii di cui sono fornite, si ricorre a macchine che ottengono la forza dal carbone. Venga a Mele il Cervetto i visitare queste cartiere, e vedrà come qua l'industria cartaria non muore ancora né languisce affatto".

Il prezzo pagato dalle Cartiere di Mele per l'alluvione
del 1970, è stato altissimo. Eccone un esempio.

Ecco un elenco di cartiere, in ordine sparso, in attività a Mele nel 1971:
Fino agli anni Cinquanta il visitatore giunto al bivio di Voltri per raggiungere
Mele incontrava la cartiera cosiddetta DI VOLTRI, di proprietà dei fratelli dott. Dino e Luigi Ghigliotti che occupava 50 dipendenti. Tempo addietro gli stessi sierano visti distruggere dalle fiamme la cartiera che avevano in località Gattegasca. Un'azienda che riforniva di carta parecchi editori italiani e stranieri.
FRANCESCO BARBAROSSA ( ai Cipressi) - 20 dipendenti: fabbricava carta da
involgere.
CARTIERA GRILLO s.n.c. (in località Campozennà) , fabbricava carte monolucide da stampa, da imballo e increspate. Occupava una cinquantina di dipendenti.
CARTIERA IL GIARDINO di Carlo Calcagno, in via Acquasanta. Nel '71 il titolare era presidente dell'Associazione Cartai.
ANTONIO BARBAROSSA Tre cartiere, due in via Acquasanta e una in via Ferriera: fabbricavano carta da imballo e carte speciali e occupavano un centinaio di dipendenti. CARTIERA DEL TRAVO (in località Acquasanta), 14 dipendenti: fabbricava carta da imballo e sacchetti.
CARTIERA VALCERESOLO (della ditta Caviglia), 17 dipendenti. Altra cartiera in località Scaglia.
CARTIERA PATRONE, 16 dipendenti: fabbricava carta da rifascio.
AGOSTINO TIRAGALLO, situata in via Biscaccia 80, con 13 dipendenti.

Le CARTIERE FRATELLI CAVIGLIA FU BARTOLOMEO, FRATELLI CAVIGLIA FU GIOVANNI, EREDI PICCARDO E ROBELLO, tutte in località Biscaccia. A carattere quasi familiare queste cartiere fabbricavano carte grigie da imballo, per usi igienici e increspate, e bobine per ondulatori; avevano un numero di dipendenti minimo.
Lo stesso dicasi per le CARTIERE CECCHETTI E FRANCESCO BIGNONE in via Baiarda, che producevano carta da imballo.

Macchinari antichi adattati alle esigenze del XX secolo.
Tra le tante cartiere sorte nei secoli ne scegliamo una, tra le più emblemati-
che, per raccontame la storia: quella della Biscaccia.
Nel 1611, nella Valle Ceresolo, più precisamente in località Biscaccia, venne costruito un edificio per conto della famiglia Longato, probabilmente da utilizzare come cartiera.
Nel 1628 la proprietà passò ai fratelli Giantommaso e Agostino Rovereto di Voltri. Nel 1770 ne entrò in possesso la famiglia Pollera e, ai primi dell'ottocento, fu acquistata da Giuseppe Caviglia.
Nel 1920 la presero in gestione i fratelli Stefano e Giovanni Ceccardo.
Nel 1950 ha inizio l'amministràzione della famiglia Bonomi che la terranno fino ai giomi nostri, e cioè il 30 giugno 1997, giomo in cui terminò l'attività produttiva come cartiera per diventare un bene di interesse storico ambientale.
In principio la cartiera produsse carta filigranata molto pregiata, che la rese famosa in Europa e in America.
Con l'avvento della famiglia Bonomi, nel 1950, la cartiera si era specializzata nella produzione di carta da filtri per lavorazioni industriali e per laboratori chimici.
Ma vediamo brevemente la storia delle fasi di produzione. Inizialmente vi era una caldaia utilizzata per la bollitura degli stracci che, fatti poi passare attraverso una macchina detta "Ghigliottina", venivano tagliati a striscioline e che, nei passaggi successivi, sarebbero diventati le strutture portanti della carta. Sappiamo comunque che negli ultimi decenni gli stracci giungevano alla cartiera già tagliati, bolliti e sbiancati, quindi, già pronti per essere lavorati.
In linea di massima la quantità di fibra era del 30% ed il rimanente 70% era composto di acqua. Tuttavia questi valori potevano cambiare a seconda della consistenza che si voleva ottenere.
Il nuovo composto passava poi, nel depuratore per togliere altre impurità quali frammenti di bottoni, spille, graffette o altro. Nella fase seguente l'impasto, ormai depurato, giungeva alle casse di afflusso della macchina con il tamburo creatore, che, girando lentamente nella vasca faceva depositare sulla sua superficie, rivestita di tela metallica di rame o di bronzo. Qui l'impasto veniva pressato contro il feltro di lana trasportatore che lo trasformava in una specie di sfoglia, per poi passare tra due rulli che lo premevano al fine di far sgocciolare l'acqua e nel contempo dare compattezza e consistenza tale da permettergli di staccarsi dal feltro trasportatore ed avvolgersi sul nastro, pronto per la fase successiva.
Giunti a questo punto non rimaneva altro che tagliare la carta, nel formato stabilito, e metterla nel sottotetto adibito ad asciugatoio. Qui i fogli venivano messi ad asciugare come fossero dei panni appena lavati, ed attraverso delle persiane con alette regolabili per controllare l'afflusso dell'aria, dovevano asciugare dolcemente e lentamente.
Infine, foglio su foglio, veniva pressata per farle assumere la forma per la quale sarebbe stata utilizzata e immessa sul mercato.
Questo è stato, più o meno, il lavoro svolto dalla cartiera Biscaccia, oggi in pensione, per oltre quattro secoli.

Complessi e costosi macchinari utilizzati ai giorni nostri
per la produzione della carta alla cartiera Biscaccia.

'Viene da chiedersi se il vero motivo della chiusura di tutte le Cartiere di Mele, eccetto una, va ricercato solo nella tecnologia che avanzava sovrastando quella manuale, oppure se vi sono altri motivi quali per esempio la mancanza di personale specializzato per mantenere in vita un tipo di lavorazione, forse meno tecnologica ma sicuramente ancora meritevole di
esistere e, seppur poco competitiva, non sarebbero mancate di certo le richieste, come sostiene l'esperto del settore Lorenzo Canepa (Ò Campanà).
A questo punto é importante ricordare l'intelligente sistema con il quale da secoli venivano alimentate le cartiere per il loro ciclo produttivo: le cosiddette chiuse. Dall'alto partiva il primo il canale (in dialetto "beo" o "beudo") che si formava nella chiusa (in dialetto "ciusa") sotto la cascina "Ciappé", in località Biscàccia, dove venivano messe delle pietre o sacchetti per incanalare l'acqua utilizzata per l'impianto che dava la corrente ai Fassone; il beo continuando il suo tragitto veniva incanalato nella prima cartiera all'Acquagrande (quella di Benedetto Calcagno) ed attraverso le usciere, in prossimità delle ruote, faceva
girare le pale; continuava per raggiungere le cartiera dei fratelli Caviglia, quella dei Piccardo, nuovamente quella dei Caviglia, e poi quella di Ghigliotti (oggi Casalino), poi attraversava il torrente per raggiungere la Cartiera dei fratelli Arado e proseguiva per quella di Ghigliotti Bemardo e di Antonio Piccardo, "u Scilè", continuava poi per la cartiera "Gattegasca" dei fratelli Barbarossa, per quella dei Bonomi, per quella dei fratelli Caviglia poi quella di Valle Bassa e,sempre incanalata ad arte, proseguiva per la frazione Cumun dove c'erano le due cartiere dei Fratelli Grillo. Quindi il beo, terminato il suo compito, faceva ritorno nel letto da dove era nato.

L'edificio oggi trasformato in Museo della Carta

Un altro beo si formava all'Acquasanta per rifomire le Cartiere Baiarda (dei Bignone), dei Cecchetti, proseguiva poi l'edificio da gruzzo, appartenente all'Opera del Santuario, oggi diventato Museo della Carta, poi per quella del Travo (dei Verrina), quella degli "Edifizi Nuovi" (dei Fabiani), quella delle "Fighe" (di Barletto), quella di "Cugno" (dei Barbarossa), poi la Cartiera "Giardin" (di Calcagno ), serviva poi la Cartiera Grillo (ancora oggi in attività), la cartiera "Cipressi" (dei Barbarossa), ed infine Ghigliotti, ormai a Voltri.
L'ultimo beo nasceva al Fado (Gorsexio) per rifomire la cartiera "Roassa", quella del Gorsexio, quella di Gallinea, poi la Cartiera "du Maggiù", infine giungeva alla località Ferriera dove c'erano la Cartiera Buscaglia (poi Barbarossa) quella di Tiragallo, di Gambino e in ultimo la Cartiera Scaglia (dei Caviglia).
In questi stringati cenni sulle Cartiere ci siamo limitati a riportare cose di cui le opere scritte sull'argomento, soprattutto negli ultimi vent'anni, hanno trattato poco.
Non è di nostra competenza fare la storia di ogni Cartiera, cosa del resto già fatta dal competentissimo Paolo Cevini nel 1995, per i tipi della Sagep Editrice in Genova, che appaga ogni desiderio di conoscenza su tale argomento.

a cura di R&P INFORMATICA GRAPHIC - copyright © 2001